L’eredità di un «servus inutilis»

Riedita la biografia di Alcide De Gasperi scritta da Igino Giordani

«Libertà e giustizia — scrive De Gasperi — sono figlie di Dio e il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio».

Il 2025 è stato caratterizzato dall’attenta rivisitazione delle scelte che hanno reso Alcide De Gasperi il primo e forse insuperato interprete dell’Italia democratica e repubblicana.

Si parte dalla mostra itinerante Servus inutilis già inaugurata nel Meeting di Rimini del 2024 e dipanatasi per tutto il territorio italiano, giunta fino a Matera, località in cui lo statista s’impegnò alacremente per il rilancio delle periferie nel Mezzogiorno. Seguono Le Lettere dalla prigione (1927-1928), riviste dalla primogenita Maria Romana, per comprendere come la sua abnegazione totale riveli il servo inutile, definizione in cui molto si riconosceva.

E infine la rivisitazione della biografia del contemporaneo Igino Giordani, uomo di spessore politico e culturale, in contrasto con alcune scelte del trentino, ma soprattutto capace di leggere nell’animo complesso e tormentato del leader politico. L’autore visse con lui l’impegno politico, avvertendo la responsabilità di mettere in sicurezza il Paese nel 1948, e fu accanto alla fondatrice dei focolarini, Chiara Lubich.

La nuova edizione, Igino Giordani, Alcide Gasperi. Rivoluzione Riforme e Libertà, (Roma, Studium, 2025, pagine 464, euro 38), vede la revisione di Lucio D’Ubaldo e Alberto Lo Presti; attraverso la selezione dei testi ci presentano l’itinerario di un «martire bianco», sommando, alle sofferte risoluzioni di un uomo spesso solo, le umiliazioni e gli attacchi durissimi che subì, sempre con signorile spirito di servizio; vita da caposcuola ove mostrò attenzione per far crescere la consapevolezza di un popolo prima, col Partito popolare di Luigi Sturzo e poi, per farne gens libera, con la Democrazia Cristiana.

Una lettera del 7 gennaio 1928 del detenuto 97777 nel carcere di Regina Coeli descrive la sofferenza del professor Carlo Rossi, il nome con cui aveva cercato di nascondersi dai rastrellamenti fascisti, che lo volevano zittire per sempre. Si rivolge al professor Ciccolini, amico immutato come «nella buona così nell’avversa sorte».

«Caro Giovanni, (…) No, non sono un martire, ma forse posso concederti, senza iattanza, d’essere un confessore delle nostre idee. Le ho confessate e ancora confesso nel tempo del pericolo … Sono l’unica ricchezza che mi rimane e la rendo più fine e cristallina al fuoco purificatore del sacrificio. Non chiudo nel petto un animo d’eroe né mi illumina la luce interiore d’un santo; tuttavia lodato sia il Signore il quale mi fa comprendere come fosse giusto che nella disgrazia di tutti, io, ch’ero nei primi posti, per un equo compenso debba ora trascinarmi sulla via più lacero e più malconcio degli altri. Non c’è nessun merito ad essere i primi, quando si marcia sotto un sole trionfante e una bandiera, avvezza alle vittorie. C’è forse qualche merito nello strascinarsi avanti nel fango della via dopo la rotta. (…)

Dovrei esser più forte, lo so, ma la carne è debole. (….) Ben t’accorgi come nell’uomo d’azione ultimo a spegnersi è l’orgoglio, e quanto mi pesi l’umiliazione di confessarmi servus inutilis. È una colpa! … La vita dell’uomo è troppo breve e pure vorremmo che capisse i disegni di Dio i quali per la nostra miopia sono troppo vasti. Nel libro della Provvidenza è forse scritta la pagina della nostra generazione? Si dura fatica ad accettare quest’ipotesi, ma se fosse così, vediamo che giovi ai nostri figlioli. I quali sappiano, comunque, che la libertà e la giustizia sono figlie di Dio e che il cristianesimo applicato alla vita pubblica vuol dire lealtà, franchezza, coraggio, sacrificio».

È una missiva colma di lacrime e spiega la vera umiltà come accettazione delle umiliazioni e non ve n’è una più dura della privazione di ogni libertà. È proprio in quella seconda prigionia, dopo l’arresto a Innsbruck del 1904, che nasce la piena cognizione di essere nelle mani giuste e misericordiose del Padre.

A Parigi nel pomeriggio del 10 agosto 1946, alla Conferenza di Pace, pronunciò parole iscritte nella storia: «Nel prendere la parola davanti a questa assemblea mondiale, sento che tutto — tranne la vostra cortesia personale — è contro di me. (…) Signori, sulle vostre spalle grava il dovere di dare al mondo una pace coerente con gli scopi della guerra». L’alto consenso ricevuto poggiava sulla mitezza di un uomo buono e leale; in quel frangente risuonò l’annuncio evangelico del beati i miti, perché erediteranno la terra. Infatti l’intesa che scaturì, diede alle nazioni combattenti un’equa pace ed una libertà piena e non umiliante per gli sconfitti.

La sua eleganza di politico di razza e di uomo saldamente fondato sull’umanesimo integrale di Jacques Maritain, produsse scelte consapevoli, preparando le basi cultural-economiche, per la rifondazione di un’Europa forte e solidale e affermando la necessità di un organismo garante di pace e fratellanza fra i popoli.

Giordani giustamente si sofferma sull’episodio del delicato rapporto con Pio XII che gli chiese, per una forte preoccupazione della curia romana, di appoggiare, nelle elezioni cittadine romane, la destra. De Gasperi si assunse tutto l’onere di continuare per la sua strada, ritenendo di non potersi schierare e offrì al Santo Padre la possibilità di lasciare la politica, se non fosse stato più libero di esercitarla, da laico cristiano. Si privava di ogni onore politico e religioso, e affermava che nell’opinabile era opportuno far prevalere il grande dono della libertà, datagli da Dio. L’equilibrio raggiunto dall’uomo politico trentino è ascrivibile alla scelta continua su doveri e diritti e sanciva appartenenza alla Chiesa cattolica, autorevolezza personale, con al centro il doppio binario del dovere della coscienza e della responsabile libertà di coscienza.

Alcide De Gasperi che visse, con audacia e coraggio, la testimonianza del servizio ai fratelli, morì quasi in solitudine, a Sella.

Eppure ricorda Giordani: «Vox populi, vox Dei. I funerali in onore di un uomo, piuttosto appartato dalla folla, e popolanamente aristocratico, assunsero un carattere spontaneo, corale, popolare, quale non si ricordava da decenni». Fu portato davanti al giudice della storia; il suo popolo fu certo del gran dono della Provvidenza.

 

 

recensione a cura di Vito Fascina pubblicata sull’Osservatore romano del 14 febbraio 2026

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