Fraternità
Chiunque accetta la paternità di Dio, che è l’oggetto della predicazione evangelica, entra a far parte della famiglia di Gesù, diventa fratello, sorella, madre di Lui. Il cristianesimo imparenta con Cristo e, per lui, con Dio, col primo grado di parentela, che è la fraternità.
Giordani, Il messaggio sociale del cristianesimo, Città Nuova, Roma 2001, p. 87
Colonialismo
Se invece di perdere il tempo a odiarsi e già a non curarsi degli altri, se ci si fosse amati, invece di crolli d’imperi, d’invasioni barbariche, di lotte civili, di macerie paurose, si sarebbe atteso a costruire, a studiare, a perseguire il progresso scientifico e sociale: si sarebbero risparmiati secoli di carestie, di peste, fratricidi; si sarebbero sfondati fortilizi d’ignoranza… La mancanza di amore porta a tener sottomesse popolazioni inermi e a giustificare il razzismo e a impiegare la tortura e a ritentare il colonialismo.
Igino Giordani, L’unico amore, Città Nuova, Roma, 1974, p. 26
Figli dello stesso Padre
Se ci si mette in testa che i negri e i gialli sono figli dello stesso Padre, che li ama come ama noi; che la patria altrui è da rispettare come vogliamo che sia rispettata la nostra, in attesa che la fraternità universale riconosca un’unica patria; che quelli dell’altro partito e di un’altra religione sono stati redenti dallo stesso sangue di Gesù, e cioè fatti degni dello stesso valore infinito di redenzione, non nasce più il nazionalismo […] non serve più il nazismo, […] e i musulmani non invadono l’Europa e i cristiani non vanno più a uccidere fratelli a motivo del Santo Sepolcro, e non ci saranno più guerre sante e tanto meno guerre empie: la vita di giovani non sarà buttata tra canneti e paludi, nel fango e sulle pietre, pasto a corvi e formiche. I giovani vivranno la vita per cui sono stati creati.
Igino Giordani, L’unico amore, Città Nuova, Roma, 1974, pp. 26-27
Fratelli
La massa è fatta di fratelli, tra cui, se una preferenza deve accordarsi, si accorda ai più disgraziati. Ogni fratello, col quale, anche per rapporti di lavoro o per caso, si viene in relazione, si fa sacramento di Dio; e l’intera esistenza quotidiana, in grazia del prossimo, assume un valore sacro: le operazioni più umili, in grazia del servizio e disservizio che esse valgono per la comunità, diventano modi di contatto o distacco. Tutto così riveste un doppio significato: quello che passa e quello che resta; e il mestiere più umile può farsi santità più alta. Così agendo, i cristiani producono quel valore divino che si chiama santità. La quale non è esclusiva dei canonizzati; ma è un dovere – e un diritto – di tutti”.
Igino Giordani, L’unico amore, Città Nuova, Roma, 1974, pp. 27-28
Risorge Cristo
Risorge Cristo nei rapporti umani quando si immette amore in essi: quando essi sono carità, cioè servizio: quasi una liturgia verso i fratelli, nel corpo della Chiesa viva, che lungo il giorno si distribuisce e muove nelle piazze e nei laboratori, nelle campagne, e negli uffici. E questo è compito davvero teandrico (e cioè divino e umano) di quei cittadini che, neppure in politica, cessano d’essere cristiani: e soprattutto di quelli che vedono nel fratello Cristo e amano nel popolo il corpo di Cristo.
Igino Giordani, La Divina Avventura, 7a ed. Città Nuova, 1982, p.145.
Esemplare di Dio
Nella luce della fede cristiana l’uomo si mostra, qual è, esemplare di Dio.
Il Creatore – insegna l’Antico Testamento – lo fece a sua immagine e somiglianza. Questa origine conferisce ai suoi stracci e alle sue piaghe, al suo volto, e al suo spirito una bellezza sovrumana.
Più grande questa bellezza diviene nel cristianesimo, perché l’uomo vi è veduto non solo come immagine di Dio, ma anche come creatura di Lui e la creatura è degna del Creatore, l’opera d’arte è degna dell’artista. L’Onnipotente non poteva che fare esseri degni di sé. Nell’uomo suscitò un capolavoro, che a guardarlo dà il capogiro: componendogli una struttura mirabile, per durare e generare, un’ intelligenza per lume, un cuore per proiettarsi sugli altri esseri, un’ anima per evadere dai limiti spaziali e temporali e fissarsi, con gli angeli, nell’ eternità.
Igino Giordani, La società cristiana, Città Nuova, Roma, (1942) 2010, pp. 32-36
Oltraggio al Padre
Visto così l’uomo – sia pur lo straccione che ti striscia accanto sul marciapiede o l’indigeno che ti vive lontano migliaia di miglia – è un essere così grande, cosi nobile, così divino che vorresti, in sua presenza, inchinarti, trepido e commosso, riconoscendo in lui la maestà di chi l’ha immaginato e fatto il prodigio della creazione, il privilegio della Redenzione, l’obbietto della vita soprannaturale nella natura.
Si capisce subito che cosa porti di conseguenza una siffatta veduta: porta l’assurdità e l’impossibilità di sfruttare l’uomo, di denigrarlo, di manometterlo, di sopprimerlo, senza violentare l’opera di Dio, senza attentare al patrimonio del Creatore. Figlio di Dio è; e l’offesa al figlio diviene un oltraggio al Padre: l’omicidio si fa un tentato deicidio; quasi una uccisione di Dio in effigie.
Igino Giordani, La società cristiana, Città Nuova, Roma, (1942) 2010, pp. 32-36
Lo sfruttamento sociale
L’uomo a sé, astratto, non esiste: esiste il padre, il cittadino, il credente ecc.; e cioè esiste l’ uomo animale sociale.
Ma egli entra nella società per una spinta dell’amore. Perché ama, esce dalla conchiglia del proprio sè, e s’espande – s’integra – nella vita degli altri. Già in quanto ama, l’uomo si rivela naturalmente cristiano. Il cristianesimo poi innalza e sorregge questo amore, dicendo che l’amore lo porta nella società, si dice che principio vitale della società è l’amore: senza del quale la società anziché una protezione, un complemento e una gioia della persona umana, diviene una compressione e una mutilazione di essa. Può divenire una minaccia della sua dignità.
Lo sfruttamento sociale comincia quando non si ama più l’uomo; quando non si rispetta più la sua dignità, perché se ne vedono i muscoli, e non se ne vede lo spirito.
Igino Giordani, La società cristiana, Città Nuova, Roma, (1942) 2010, pp. 32-36
Un estraneo o un nemico?
La circolazione dei beni non avviene quanto e come dovrebbe avvenire, perché gli uomini non si riconoscono più fratelli, da per tutto: si considerano spesso ignoti o rivali o nemici; e cioè, non si amano.
L’uomo che ci urta in tram; che ci passa sprezzante o distratto o enigmatico accanto, sul marciapiede; l’uomo che sfruttiamo nell’officina e ai campi o al banco della giustizia e a quello della moneta, non lo vediamo come fratello. Lo vediamo come un concorrente, un disturbatore, un servo: o un estraneo o un nemico. L’uomo che respingiamo, perché di altra classe o razza o fede, non ci appare figlio di nostro Padre: al più ci appare un figlio illegittimo, degno di commiserazione. L’uomo, su cui spariamo in guerra o che su noi spara, non ci appare un fratello: ci risulta un ordegno omicida. La creatura, che traffichiamo per la nostra lussuria, non vive come nostra sorella: è carne in vendita, che val meno del denaro con cui si paga. Vista così, la società somiglia a un lebbrosario, o un cellulare.
Ogni divisione, ogni discordia è una barriera al passaggio dell’amore: e l’amore è Dio, e Dio è la vita. E se non passa la vita, ristagna la morte.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Fermarsi all’esteriorità
La realtà sta dietro quella parvenza. Ed è l’uomo: la fattura di Dio: la stirpe di Cristo. Dietro l’apparato, c’è Cristo, il quale, al pari dei fratelli che circolano per il pianeta, non fu riconosciuto dai suoi perché fermatisi, anch’essi, all’esteriorità: ed esteriormente era quale lo avevano addobbato gli avversari: un nemico della nazione, un re da burla, un condannato al patibolo, un nazareno spregevole… Avevano Dio tra le mani e non vedevano che una messinscena di settari: e sciuparono così un’occasione unica.
E a noi può capitar la stessa cosa: non riconoscere Cristo, e quindi perdere la paternità di Dio con la fraternità del prossimo.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Figli d’amore
E dunque per esser figli di Dio, che è nei cieli, bisogna amare i fratelli, che sono in terra; e se Dio è amore, esser suoi figli vuol dire essere figli d’amore. Creati per esser amore: per portare questa sostanza. Tutto qui. Il resto è perdita di tempo. E perdita di eternità.
Amare quindi vuol dire esercitare la libertà dei figli di Dio.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Farsi liberi
Se per amar Dio (in Lui o nel fratello) uno aspetta la via libera sulle strade del mondo, il consenso della opinione pubblica, il favore dei potenti o l’apporto dei ricchi, resterà sempre intralciato: la sua libertà sarà impigliata in una rete.
Ora, proprio di questo sempre si tratta: di farsi liberi, di rifarsi figli di Dio, disimpegnati dal male, sì da poter operare il bene, che è la vita di Dio, la volontà di Dio, nell’orbita a ciascuno assegnata.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Ritrovato il fratello
Ritrovato il fratello, si ritrova il Padre. E dove c’è un Padre, c’è un pane. Frutto dell’amore è anche il pane del corpo. La preghiera fondamentale, la sola insegnata da Gesù, si fonda su due capisaldi: Padre nostro in cielo e pane quotidiano in terra. Se c’è l’uno c’è 1’altro, perché tutti i beni circolano (e la miseria economica nasce, non da carenza di beni, ma da difettosa circolazione di essi); circolano se si vuole davvero fare la volontà del Padre in terra come in cielo.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Dar da mangiare a chi ha fame
E dunque, si ama Dio, il Padre, anche dando da mangiare al fratello che ha fame.
Tutto lo sviluppo della letteratura su questo tema, specie della grande letteratura patristica, – è una lotta contro l’egoismo degli uni che provoca la miseria degli altri: quindi una ricostituzione dell’umanità violata e degradata cominciando dal principio: dal nutrire lo stomaco, per ricostituire quel corpo fisico che fa parte anch’esso del Corpo mistico: è anch’esso Cristo vivo.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
L’uomo pacifico non ignora la paura
L’uomo pacifico non ignora la paura; l’uomo della carità non ignora l’odio. Appena esce dalla «cella del proprio sé» incontra l’avversario. È un fratello, ma ridotto a nemico. E spesso riceve tanto male per quanto bene fa: e spesso è istigato, allettato, spinto a far il male; e forse per dieci, sedici ore non fa che vivere dentro stimoli di gelosia e d’ambizione e dentro allettamenti di corruzione e vizio. Sì che il suo è tutto un combattere contro la guerra e contro l’odio: ma combattere è: un vivere da segno di contraddizione.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
L’amore porta l’uomo all’altro uomo
L’amore porta l’uomo all’altro uomo: e questo gli è fratello.
Il fratello gli è dato perché possa amarlo. Il Padre, che ha generato un Figlio per amarlo, ha creato il fratello, copia minore di quel figlio, perché noi possiamo amarlo. Il fratello è immagine di Dio: sua progenie, frutto del suo sangue: sì che in lui si ama Dio per effigie e per rappresentanza. Né basta: il fratello è tale perché figlio d’uno stesso Padre, Dio; ridivenuto figlio di Dio per l’incarnazione, passione e morte di Cristo.
Si può dire che il fratello ci è stato dato perché ci ricordi, per similitudine, Dio; perché ci porti, con l’attrazione dell’amore, a Dio; perché ci richiami, coi vincoli del sangue, a Cristo, figlio di Dio. Il quale, perché infinito, non si può vedere con pupille limitate: lo si vede, come in specchio, nel fratello. Infinito, Dio non si può amare con servizi congrui alla sua infinità. Lo si può servire nei fratelli, in cui è Cristo, poiché i fratelli abbisognano di servizi limitati, congrui alle nostre possibilità.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
Se siamo a posto con l’uomo
E allora ci è offerto un criterio molto semplice per giudicare se noi siamo a posto con Dio.
Noi siamo a posto con Dio se siamo a posto con l’uomo. Amiamo l’Uno in cielo se amiamo l’altro in terra.
Tutto molto semplice: molto terra terra, perché molto cielo cielo.
Igino Giordani, Il fratello, Città Nuova, Roma.
La pace comincia in noi…
La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come la guerra. Un conflitto mondiale può scattare da una bomba esplosa a Sarajevo, da un gesto compiuto a Danzica. E così la pace.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Se vuoi la pace…
Le armi si fabbricano per spararle: l’arte della guerra si insegna per ammazzare. Se vuoi la pace prepara la pace; se vuoi la guerra prepara la guerra.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)La guerra…
La guerra, mentre impoverisce tutti, non abolisce le più gravi disuguaglianze.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Il principale argomento
Il principale argomento a sostegno delle spese di guerra è tratto dalla sapienza pagana : – Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace, allestisci la guerra) –. Che è come dire : se vuoi la salute, procurati una polmonite ; se vuoi arricchire, dilapida il denaro ; se vuoi il bene, opera il male…
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)La pace si ottiene con la pace
La pace si ottiene con la pace: e sant’Agostino già dai suoi tempi, nei quali le guerre stavano dissolvendo l’Impero Romano, insegnava ad acquirere vel obtinere pacem pace : a conquistare o a custodire la pace con la pace, non con le armi. Con le armi si ammazza la pace.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Ogni uomo è un fratello
Ogni uomo è un fratello. È cellula dello stesso organismo di cui son cellula anch’io. Se egli soffre, anche l’organismo patisce: e io in esso. Il bene del fratello è mio bene : il male di lui è mio male.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)I nemici si amano
I nemici si amano: questa è la posizione del cristianesimo. Se si iniziasse una politica della carità, si scoprirebbe che questa coincide con la più illuminata razionalità, e si palesa, anche economicamente e socialmente, un affare.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Comprendere per amare
Comprendere per amare; amare per comprendere…
I nostri fratelli russi, americani, cinesi, francesi, coreani, jugoslavi, inglesi sono inseriti nella nostra vita: sono la nostra vita; saldati tutti allo stesso destino, perché partecipi tutti d’una unica vita, in cui circola la santità se noi vi mettiamo amore, circolano le tossine se noi vi mettiamo odio. Odiando ci suicidiamo in persona del fratello.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)C’è un’alternativa all’atomica?
C’è un’alternativa all’atomica? C’è: e si chiama carità, che è l’amore divino che lega Dio e uomini. Su questo punto la rivoluzione del Vangelo è radicale.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Per non aver timore dell’uomo, bisogna amarlo
Per non aver timore dell’uomo, bisogna amarlo. Amarlo anche se malvagio, anche se pezzente, anche se sporco, vedendo sempre, sotto le sue spoglie e i suoi cenci e la sua grinta il volto di Cristo. Si tratta di ridestare questa relazione, che 1’antica tradizione cristiana espresse nell’aforisma : «Vedi il fratello, vedi il Signore».
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Spirito di collaborazione
Se non suscitiamo questo spirito di collaborazione, al quale portano la reciproca sopportazione e la tolleranza e l’accettazione della diversità come condizione dell’unità, vuol dire che non siamo nella carità.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Causa prima della guerra è la miseria
Causa prima della guerra è la miseria. Essa, come porta all’ateismo, così porta alla guerra. Se causa prima della guerra è la miseria, causa seconda è la cupidigia. I popoli miseri sono tentati di farsi giustizia da sé, come gli affamati son tentati di rubare. Le ideologie rivestono le passioni (…). Quindi la libertà dal bisogno è non meno importante della libertà dalla tirannide.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Quel radar
Economia, scienza, speculazione, arte invitano alla collaborazione, e spesso la realizzano; e mostrano l’interdipendenza di popoli e gruppi e famiglie. Ma perché questo legame si veda intero e si apprezzi di più occorre quell’« occhio » – quel radar – che è l’amore. Esso insegna a vedere – di là dai rivestimenti accademici e razziali – quella sostanza divina e umana che è comune a tutti: scopre l’uomo, e cioè il fratello; un tessuto comune, che impone una solidarietà per un interesse che è di tutti.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Il realismo della vita
Per metter fuori combattimento chi muove guerra alla guerra, si usa pure dire che è un ingenuo; mentre chi prepara i combustibili per le conflagrazioni si qualifica realista. Uno perché vuole la salute è un utopista; un altro perché vuole la morte è un realista. Come se il realismo della vita – la realtà dell’esistenza – fosse la morte.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)La civiltà cristiana porta alla pace
La civiltà cristiana, perché ispirata dal Vangelo, porta alla pace: è la pace svolta nel tempo e nello spazio, nelle idee e nelle opere; mentre la causa dei lavoratori porta alla pace, è la pace, perché non si lavora sotto gli esplosivi, così come non si educa col male.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)La guerra è il torto
Ha torto senz’altro chi inizia la guerra. La guerra è il torto. (…) Il torto è di chi, pur avendo ragione, ricorre alle armi. Chi primo spara è il più sicuro criminale. Uno che ha dalla sua tutte le ragioni, con le armi si prende tutti i torti: infatti impiega mezzi irrazionali.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Se si ammette una eccezione…
Facile trovarsi d’accordo nel condannare la guerra, in genere; ma è pur facile incontrare chi esclude dalla condanna una guerra particolare, quella che fa comodo a lui.
(…) Se si ammette una eccezione, per quella passa la regola.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)E non è meglio vivere?
Se quanto si spende per le guerre, si spendesse per rimuoverne le cause, si avrebbe un accrescimento immenso di benessere, di pace, di civiltà : un accrescimento di vita. E non è meglio vivere che morire ammazzati?
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)La guerra è un omicidio in grande
La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro, come lo era il sacrificio dei primogeniti al dio Baal : e ciò a motivo del terrore che incute, della retorica onde si veste e degli interessi che implica. Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e ai fenomeni di barbarie.
(Igino Giordani, L’inutilità della guerra)Sotto la croce
Sotto la croce, Maria risultò nettamente la donna del popolo che tiene le parti di Dio.
Di lei davvero si può dire, in certo senso, che Dio ebbe bisogno di lei, come per nascere così per morire.(Igino Giordani, Una stella accesa nella notte)Stabat
Ella stabat: stava in piedi. Ritta, contro la tempesta, in quell’ora decisiva, non stettero che Maria e la croce: i due sostegni al Redentore morente!
Allora la Madre Vergine si levò regina dell’universo, in maestà e bellezza, contro il buio e la morte.(Igino Giordani, Una stella accesa nella notte)Quel nome
Dire quel nome, Maria, in ogni circostanza e ambiente è penetrare di colpo in un’atmosfera
di divino; è accendere una stella nella notte; aprire una sorgiva di poesia in una plaga tecnologica; far fiorire di gigli una palude.
È un restituire il calore della famiglia in un campo di lavori forzati.(Igino Giordani, Una stella accesa nella notte)L’assunzione
L’assunzione! Il mistero di Dio che s’umiliava nel mistero di Maria si capovolse nel mistero di Maria che viene innalzata a Regina del Cielo dalla gratitudine del Figlio.
L’apertura della casa del Padre
Maria parla della sola parola di Dio, essa è ricca della sola sapienza di Dio, essa è grande della sola grandezza di Dio. La sua Assunzione è stata l’apertura della casa del Padre alla folla dei figli.
(Igino Giordani, Una stella accesa nella notte)



