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La lezione dell’ultimo terremoto: rivalutare l’etica del lavoro ben fatto

Dal Rapporto Sviluppo sostenibile de Il Sole 24 ore, dedicato alla Sostenibilità economica, sociale e ambientale

di  Luigino Bruni

pubblicato su Il Sole 24 ore il 28/09/2016

Terremoto 2016 ridLa tragedia del terremoto del centro Italia si sta rivelando un esperimento naturale perfetto sulla fragilità e resilienza del nostro Paese, dei nostri territori, delle nostre comunità. È una riflessione sulla sostenibilità del nostro sistema sociale, e sulla nostra resilienza. Con la forza che solo le tragedie hanno, abbiamo visto con una nitidezza estrema una radiografia del sistema Italia. La nostra è la splendida terra dei paesini-presepi arroccati sulle pendici dei monti che attrae un numero sempre crescente di investimenti e di turismi, un Paese dove ancora i nonni sono molto importanti, vivono e, questa volta, sono morti con i nipoti che accoglievano durante le vacanze.

È la terra delle case belle, frutto del genio dei mastri artigiani del passato, che sanno costruire muri a secco e case umili non meno belle delle chiese e dei palazzi. Il Paese dove le chiese dicono ancora identità, preghiere, storia, fede popolare e quindi vera, dove la madonnina di Arquata rimasta in piedi riesci ancora a sorprenderci e a ‘dirci’ qualcosa. Una terra ferita da cui è emersa, poi, una stupenda solidarietà, che resta ancora il nostro grande patrimonio: siamo un paese ancora capace di migliaia di abbracci veri ed eterni, che sa ancora mischiare le lacrime, dove sappiamo ancora soffrire per il dolore di persone sconosciute, ma non così lontane da non sentirle prossimi.

Ma questa tragedia ci ha mostrato anche la terra delle strutture e infrastrutture troppo fragili, delle regole rispettate a metà nella speranza che non arrivino mai i controlli, dei soldi che finiscono troppo spesso nei posti sbagliati, dei politici che propongono di usare il superenalotto per ‘aiutare’ le vittime del terremoto, come se i soldi ‘dimenticassero’ la storia che li ha generati.

Italia, paese dell’estetica ma non il paese dell’etica pubblica e spesso neanche di quella privata, perché mentre posso far bellissima la mia casa e lasciare brutto il parco sotto-casa, se non coltivo l’etica pubblica nessuna etica privata è seria né sostenibile. Nel lavoro di restauro di chiese e duomi (Siena) sono stati trovati pezzi di oro nascosti e impossibili da vedere. C’è una anima della nostra tradizione economica e civile che dice che il lavoro ben fatto è intrinseco al lavoro stesso, che sa che la prima ragione del lavoro non sono i controlli né evitare le multe, ma il riconoscimento che le cose che lavoriamo hanno una vocazione in sé, che va conosciuta e rispettata. I muri vanno fatti bene, e basta, e tutti speriamo che se nessun terremoto ci dimostrerà quel lavoro ben fatto. Anche perché il costo di alcuni eventi molto improbabili (come terremoti o alluvioni) è talmente alto da dover essere considerato un assoluto, quando l’etica e il lavoro ben fatto diventano praticamente tutto. L’analisi costi-benefici misura solo alcune dimensioni del lavoro ben fatto, ma ce ne sono altre che ogni lavoratore conosce, che nessun controllo può individuare, ma dalle quali dipende molto della qualità del nostro lavoro, della vita delle comunità e dei territori. L’etica è tutto questo, e quindi è una cosa molto seria per ogni buona economia. Ce lo ricorda Primo Levi: “Ma ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘‘lavoro ben fatto’’ …. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale». Non c’è nessuna sostenibilità della nostra economia e dei nostri territori senza reimparare a fare i ‘muri dritti’, non per incentivo ma per dignità.

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