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Nel 1945 Igino Giordani pubblica un poderoso volume che, tra gli oltre 100 libri da lui scritti, può essere sicuramente considerato uno di quelli – teologicamente parlando – più sistematico e complesso. Il titolo del libro – Dio – così immediato e diretto, nasconde in realtà tutta la complessità della materia, che Giordani tratta secondo la tripartizione tradizionale dell’apologetica classica: la dimostrazione “religiosa” (la questione di Dio e le prove della sua esistenza), la dimostrazione “cristiana” (il vero Dio che si rivela in Gesù Cristo) e la dimostrazione “cattolica” (la Chiesa).

Eppure non mancano, pur in un’impostazione così classica e tradizionale, i segni peculiari della penna, del pensiero e della spiritualità del Giordani. Ce ne offrono un esempio eloquente alcune delle pagine dedicate al mistero della Trinità che qui riportiamo.

Dopo aver indagato il mistero di Dio Uno e Trino con la terminologia e le categorie proprie della teologia, Giordani non manca di offrire l’ “applicazione” del mistero trinitario alla nostra esistenza concreta, riconoscendo che anche l’indagine intellettuale su Dio-Trinità deve essere motivata e finalizzata all’amore: non si concepisce, insomma, nell’impostazione del nostro autore, un pensiero separato dalla vita e una speculazione avulsa dall’esistenza concreta.

È l’amore che ci apre un varco di accesso alla comprensione della Trinità che, da mistero inaccessibile e lontano, si fa nientemeno che ospite stesso della nostra vita. Di più: essa diventa modello paradigmatico per chiunque voglia vivere l’unità nella pluralità richiesta da Gesù nel suo testamento. Sorprende che queste pagine, scritte tre anni prima dell’incontro di Giordani con la spiritualità del nascente Movimento dei Focolari, abbiano un richiamo così esplicito e centrale – tanto da diventare il vertice conclusivo della sua trattazione sulla Trinità – al testamento di Gesù, che della spiritualità dell’unità è considerata la magna charta. A contatto con essa il pensiero di Igino Giordani, sulla Trinità - e non solo -, negli anni a seguire si arricchirà di elementi nuovissimi, fino a riconoscere la forma più alta dell’inabitazione di Dio-Trinità in noi là «dove due o più sono uniti» nell’amore reciproco, ossia dove gli uomini stabiliscono rapporti trinitari. Ma già qui, in queste pagine, emerge un’esistenza pronta ad accogliere il Carisma e a servirlo con quella cultura e quella raffinata sintesi teologica di cui anche questo suo testo è un’evidente testimonianza.

Nella Genesi è rivelato che quando Dio fu per compiere l’atto più bello della sua creazione, e cioè per suscitare dal fango l’uomo, disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1, 26).

Parlò al plurale: tenne un discorso a più persone ed espresse una totale pienezza di essere.

Fatto l’uomo, ribadì: «Ecco, Adamo è divenuto quasi uno di noi» (Gen 3, 22).

Uno di noi: un numero plurale di persone.

E quando s’iniziò la fabbrica della torre di Babele, il Signore, parlando, usò ancora il plurale. Era il Signore, – un Dio – ma si esprimeva come si esprime chi parla per conto di più persone: «Andiamo dunque, discendiamo, e confondiamo ivi le loro lingue…» (Gen 11, 7).

E Isaia, rapito in una visione, narra: «Allora udii la voce del Signore che diceva: – Chi manderò io? e chi andrà per noi? – » (Is 6, 8).

Unità e pluralità. Sono segni: parole, quasi sparse, per aprirci squarci sul massimo mistero. […]

Peraltro la rivelazione piena, che dissipa tutte le ombre, non si ha che nel Nuovo Testamento, dove la Parola (Verbo) fatta persona, scopre a grado a grado, il mistero della Trinità: insegna cioè che Dio è uno, in tre persone, uguali e distinte. Unità di sostanza, trinità di persone. […]

Questo il mistero massimo ineffabile della religione rivelata; il mistero più alto e più profondo, a cui non si accede per via di speculazione, ma per via di rivelazione. «Nessuno conosce perfettamente il Figlio tranne il Padre; e nessuno conosce perfettamente il Padre tranne il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo» (Mt 11, 27). L’ha detto Gesù Cristo.

Da lui noi abbiamo appreso la Trinità e le relazioni tra le Persone […]. Tra Padre e Figlio passa una corrente d’infinito amore, che forma la suprema felicità di Dio. L’amore tra i due, che non è soltanto l’amore del Padre per il Figlio, ma anche l’amore del Figlio per il Padre, che è insomma il «loro» amore, non è cosa che passa: è realtà che sussiste. […] Questo eterno amore è lo Spirito Santo. […]

È l’amore che porta Dio all’uomo e l’uomo a Dio. «Dio è carità: e chi sta nella carità, sta in Dio e Dio in lui» (1Gv 4, 16).

Ha detto Gesù Cristo: «Se uno mi ama… il Padre mio l’amerà e verremo a lui e faremo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Queste parole aprono il varco al mistero della missione invisibile della Trinità nel nostro spirito. Esse indicano che se noi amiamo Cristo, la Trinità viene a noi e abita in noi. È questo il mistero della in abitazione della Trinità, per cui Dio si fa ospite della nostra persona e la nostra persona si fa ospite di Dio […].

La nostra vita nella Trinità divina deve conformarsi alla sua attività, che è attività d’intellezione e d’amore, e come tale, spinge a conoscere per amare; e tutto lo sforzo teologico di secoli – questa escavazione razionale alle propaggini del mistero – ha espresso un grande amore alla conoscenza di Dio per arrivare dalla conoscenza a un grande amore di lui.

La Trinità sta in noi e con noi come archetipo della unità nella pluralità: e la conformazione delle anime ad essa le porta ad unirsi come desiderò Gesù quando pregando chiese: «affinché siano tutti uno; come tu, Padre, sei in me io sono in te, anch’essi siano uno in noi» (Gv 17, 21-22). 

(Igino Giordani, Dio, Salani, Firenze 1945, pp. 113-122)

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Pensiero di Igino Giordani

Scritto da Igino Giordani  /  Pubblicato: Martedì, 27 Ottobre 2009

La santità di Maria è il modello della nostra santificazione: il modello più semplice, più casalingo, adatto a tutti, in tutte le condizioni.

I. Giordani, Maria modello perfetto

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