In viaggio con Foco

Simone di Cirene

Il centurione che cavalcava in testa per intimare alla folla di tirarsi da banda, voltandosi dovette capire che quel povero tronco umano non era in grado di reggere più la fatica; e, valendosi del diritto dell’angheria ereditato dalle autorità orientali, requisì uno della folla, tal Simone di Cirene, perché portasse lui la croce. Simone di Cirene  era un contadino che tornava dai campi: uno quindi su cui più facilmente si poteva esercitare un’angheria.
E Gesù dovette rivolgergli  tale sguardo di gratitudine che il contadino divenne seguace del crocifisso, e nel Vangelo si parla dei suoi figli Alessandro e Rufo come di personaggi  particolarmente noti nella Chiesa nascente. 

Igino Giordani, Gesù di Nazareth, SEI 1946, pp. 771-772

Gli amici, i beneficati, le donnetappa 981

Man mano che la processione avanzava per la via dolorosa, la folla s’infittiva; e non potendo disporsi ai lati, seguiva. Seguivano naturalmente soprattutto gli amici: la moltitudine dei beneficati dalle opere e dalle parole di Gesù, con molti di quelli che avevano capito  e condannavano la nequizia  consumata ai danni  di un giusto e con le persone compassionevoli e miti. Le donne le quali, perché donne, sanno quanto la vita costi a nascere e a crescere, gemevano per quella imminente morte, che troncava l’esistenza di una creatura nata nel sangue e nelle doglie di una di loro: la quale a molte di loro era nota, giacchè Maria, rimasta sempre nell’ombra per non intercettare con la sua presenza la luce del figlio, e sacrificatasi  col silenzio dove egli si sacrificava con la parola, era venuta con le carovane di Galilea, alla città santa, e, da lontano, aveva seguito Gesù ed era informata dei suoi casi. E ora, in qualche angolo di quella via dolorosa, comprimeva il suo strazio, per non straziare di più suo figlio, il suo unico figlio -  e quale!

Igino Giordani, Gesù di Nazareth, SEI 1946, pp. 772-773

Ore terribili

«Che terribili ore, -scrive Miguel de Unamuno nel suo Diario,- dovettero essere quelle dell’orazione  di Gesù nell’orto degli ulivi, quando lottava con la sua umanità! Che bello e grande questo fatto di un Dio che lotta con la sua umanità conoscendo direttamente e personalmente  tutta la sua miseria, volontariamente rinchiuso  nella miseria umana, sopportandone tutte le angosce! Come ha potuto accadere agli uomini? Che momento questo della passione!  -  Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
tappa 982Ma era questo il momento culmine  d’inserirsi nella tragedia dell’umanità straziata: il modo di farsi ultimo, il più vile, il più degradato, per essere alla base di ogni miseria: una base che s’eleva al cielo. L’infinito che per amore s’annienta.

Igino Giordani, L’unico amore, Città Nuova 1974, p. 65

Gesù muore

Il centurione, che stava dirimpetto a lui, vedendolo spirare in quel modo, disse: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio!». Un pagano riconosceva la divinità di Gesù dal suo soffrire: che era un soffrire per la salute degli altri, di tutti: un dono di sé all’umanità: amore che solo un Dio poteva contenere. Alla meditazione di tante grandi anime il punto centrale di questo capovolgente mistero è apparso in quel grido: - Dio mio, Dio mio, perché mi hai Abbandonato? -.Come nascendo in una stalla s’era subito inserito nel più umile sottostrato sociale, tra gente senza casa, profughi, espulsi, così lasciandosi crocifiggere, abbandonato, si mise in mezzo alla massa dei sofferenti –gli oppressi, gli sfiduciati, gli affamati, i vinti d’ogni epoca e paese, al centro dell’umanità di tutti i tempi, la cui storia è un accesso alla vita è un’ascesa alla libertà, soffrendo nel corpo e nell’anima. Quella centralità nella miseria dà agli uomini la misura di quell’amore. Egli aveva creato l’universo, e lo sviluppava e lo reggeva: e universo significa una produzione di grandezza sconfinata, proporzionale, in qualche modo, alla grandezza della sua mente; un mondo fatto di mondi, uno più meraviglioso degli altri. In questo universo, infinitamente più grande di quanto sia possibile immaginare da mente umana, egli aveva visto anche la miseria del corpuscolo di abitanti del pianeta terrestre, e si era annientato per farsi uno di loro e li aveva assistiti sino a dar loro l’evangelo e la sua persona in pasto. Per riunirci – atto d’amore - a lui, morto per noi.

Igino Giordani, L’unico amore, Città Nuova 1974, pp. 64-65

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