In viaggio con Foco

Quel bambino, che Maria e Giuseppe contemplano adorando e che gli angeli vegliano osannando, e a cui nei tempi miliardi di anime innamorate non finiranno di ripetere, in prosa e in rima, la propria commozione di redenti, è il seme di un crocifisso: nasce in lui quel che Simeone chiamerà il «segno di contraddizione», «rovina e resurrezione di molti»; quello, di cui, presso alla morte, Caifa il Pontefice, dirà che «sovverte la nazione», e insieme quello, in cui il sacerdote Zaccaria, prima della nascita, aveva salutato: «la salvezza del popolo e la luce che illumina chi giace nelle tenebre».
Per tal modo, si impernia sulla sua culla l’asse della dialettica, da cui sarà determinata d’ora in poi la storia del mondo: un asse a forma di croce.

Igino Giordani, Le due città, Città Nuova, Roma, 1961, p. 26

tappa 80Il pianto delle donne

Forse erano donne quelle che più di tutti compativano quel figlio di madre, ancora giovane, e così dolce e così gentile e così bello, tratto al patibolo, come pecora al macello; e, senza rendersi pienamente conto del significato di quel sacrificio, associavano nel loro spirito l’idea dell’agnello pasquale a quella del figlio dell’uomo.
E così, per le stradette, al passaggio del centurione, il cui cavallo raspava con gli zoccoli sulle pietre emergenti, si levava un clamore, in cui si mescolavano improperi, sghignazzi e risa con gemiti e invocazioni e parole di pietà: godimento e terrore, tenerezza e bestialità; un anticipo del trattamento riserbato, in tutti i tempi e luoghi, al passaggio di Cristo.

Igino Giordani, Gesù di Nazareth, SEI ed., Torino, 1950, pp.363-364.

La Crocifissione

Per un tratto si dilatò un silenzio sospensivo tra la calca; e dentro di quello, echeggiarono i colpi dei martelli che aggiustavano i pali della croce e vi inchiodavano le vittime. Non si può pensare con quale distruzione quei colpi martellassero il cuore della madre: il cuore di nostra madre, Maria, che dal dolore non piangeva più.
Inchiodate le vittime, le croci furono innalzate, issandole in fori sul terreno, nei quali vennero assicurate  con sassi ribattuti e terra pestata.
«Maledetto colui che pende dal legno», era asserito nella legge (Deuteronomio 21:23) e Gesù, maledetto, pendeva ora dal legno, cominciando la suprema fase dell’offerta.

Igino Giordani, Gesù di Nazareth, cit., pp.367-368.

La morte in croce

Fendendo la calca, Maria venne a trovarsi davanti al crocifisso. Se mancavano quasi tutti gli apostoli (non c’era di loro, pare, altri che Giovanni) c’erano in compenso le donne. Nella gloria solare il trofeo di legno e di carne in quel momento era il più alto podio dell’universo, e toccava con la punta l’Eterno: tra l’uomo e Dio riuniva, in quelle fenditure di sangue, gli stami spezzati della paternità divina. Tra strazi, come per i dolori d’un parto, l’uomo-Dio ridonava all’umanità la vita.
Verso le tre del pomeriggio lo spettacolo d’orrore tra cielo e terra, dal suo patibolo, la voce di Gesù urlò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?.
Notando l’arsura spaventosa, dalle labbra aride e dalla bocca semiaperta, un soldato gli accostò, sulla punta di un giavellotto, una spugna pregna d’aceto. Egli ne sorbì, avido, e potè  parlare e disse: E’ fatto. – E quindi, col grido caratteristico con cui pare l’anima strapparsi dal corpo, esclamò: Padre, rimetto nelle tue mani il mio spirito. Chinato quindi il capo, spirò. Così il grande dramma si concluse.

Igino Giordani, Gesù di Nazareth, cit., pp.369-372.

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