In viaggio con Foco

Alcune riflessioni di Giordani al passo con la liturgia della Quaresima.

La tentazione

tappa 77La miseria è atea. La miseria –disse Péguy—è in economia quel che l’inferno in teologia. E’ l’inferno in terra. L’inferno poi è la miseria sottoterra. Culmina nella fame: e a stomaco vuoto –diceva il Manning—non si parla di Vangelo.A chi ha fame parla Satana, il tentatore, il quale trova, nella miseria, il terreno più favorevole per la sua opera di degradazione, che è la distruzione dei valori divini.
 Satana tentò persino Gesù, cogliendolo in un momento che era affamato.
Naturalmente la tentazione più facile a carico di chi ha fame è una suggestione alimentare: vivande. Anche nei tempi moderni l’ateismo materialista, che è la metafisica di Satana, ha tentato e tenta di ridurre tutto il problema dell’esistenza  a una faccenda di cucina –come la definì sdegnato Mazzini,-- riducendo ogni valore a questioni di profitti, interessi, salari, redditi: a sola economia. Altra maniera per dimezzare l’uomo, riducendolo al suo apparato intestinale. Invece  «non di solo pane vive l’uomo». Vive anche della Parola di Dio. Vive anche dello spirito; ha fame anche nel cuore e nell’intelletto.

Igino Giordani, Parole di vita, SEI Torino, 1954, pp. 69-70

Tentazione economica e tentazione politica si ripetono senza fine: in esse sempre si tratta di sottrarre all’uomo quel complesso di valori per cui è uomo: l’anima e, per essa, la libertà; e cioè la sua genealogia divina; al fine di prostrarlo, come le bestie, sotto le sole necessità fisiche; e vedere così ridotto schiavo un figlio di Dio.
La dialettica umana oscilla tra questi due termini, che la religione armonizza e la idolatria divide: Dio e uomo, anima e corpo, teologia e economia, libertà e pane; e si risolve con la condotta razionale dell’uomo il quale non sacrifica nessuno dei valori, né spirituali né temporali , sull’ara del godimento sensuale.

Igino Giordani, Parole di vita, cit., p.71

La trasfigurazione

Ognuno di noi in fasi d’impazienza vorrebbe trasformare la Chiesa militante in Chiesa trionfante, se non addirittura in Chiesa pensionante. Vorrebbe rilassarsi: buttarsi giù. Pietro, primo papa, temperamento entusiasta e impetuoso, quando ebbe contemplato sul monte contro il sole Gesù tra Mosè ed Elia in un nimbo di gloria, espresse questo sentimento con la sua immediatezza di pescatore ingenuo: Signore, come si sta bene così! Alloggiamo quaggiù e restiamoci sempre.
Oh, poter posare, sempre in fase di trasfigurazione, di gloria: sempre a contemplare a faccia a faccia Dio, bellezza insondabile, anziché star a contemplare ogni momento facce antipatiche, ceffi particolari, demagoghi, gabellieri, creditori!...
Orbene, quella visione nella quale l’anima si porta al livello di Dio e vive la «vita dell’eternità» magari per pochi istanti, è frutto anche dell’altra contemplazione: quella ordinaria, d’ogni minuto, in cui di Dio si vede l’immagine e somiglianza magari sotto una blusa, una casacca, dei cenci o dietro insegne sgradite.
Ami il fratello, il primo che incontri, comunque si chiami o si vesta, e tu scopri in Lui, in qualche modo, Cristo.
Una verità così facile e così difficile, piana e così ardua: che obbliga a uscire dall’oscuramento dell’egoismo.

L’amore è un occhio, diceva sant’Ambrogio: un superradar, il quale, di sotto il carico di ossa e stracci, di sotto il peso dell’umano, scopre l’illuminante figura di Dio e leva, dai bassifondi sociali stessi, le alture di un Tabor, in cui il Signore conversa in mezzo al sole coi nostri fratelli Santi.

Igino Giordani, Parole di vita, cit., pp.73-74

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