In viaggio con Foco

Nostro dovere è di custodire la fraternità, e ricostruirla quando sia violata, perché finché c’è la fraternità degli uomini, agisce la paternità di Dio: finché ci sono i fratelli c’è il Padre; quando quella non c’è più, vien meno la paternità e subentra il giudizio.

Le violazioni dell’amore fraterno si riparano col perdono.

Si obietta che il perdono possa essere a scapito della giustizia. Errore. Al solito la carità (e il perdono è un atto di carità) non è una sottrazione, ma un’addizione alla giustizia.

 

Il bene deve vincere, non il male: alla sera l’equilibrio divino dell’esistenza umana deve essere ricostruito, le ferite cicatrizzate, e il sangue comune deve tornare a circolare in tutte le membra dell’organismo teandrico.

 

Chi pecca contro il fratello interrompe questa circolazione, viola la solidarietà della Chiesa, mette uno scompiglio nella casa: e se egli ha l’obbligo di riparare il danno arrecato, i fratelli hanno l’obbligo di agevolargli in tutti i modi questa riparazione.

Chi perdona, per suo conto, ripristina l’esercizio della volontà divina nelle cose umane, per il tratto che lo riguardano: e poiché sa che egli comunica con Dio per il “mezzo” dei fratelli, si affretta a ripristinare le comunicazioni eliminando l’ostruzione del male: per suo conto perdona, e l’amor di Dio di nuovo passa.

Anche materialmente considerato, il perdono alla fine, mozzando gli artigli al male, interrompendone la catena (offesa e vendetta; contro-offesa e contro-vendetta, senza fine) adduce, con l’interruzione del maleficio, una serie di benefici: e già solo col ricostituire la nostra intima pace, aggiunge energie alla nostra fatica quotidiana.

In tutti i casi, chi perdona conserva sé in regola con Dio; il suo gesto non menoma la responsabilità – il debito – dell’offensore. Costui, per il fatto che è stato perdonato, non è per questo tenuto meno a riparare al mal fatto: l’amore del fratello non distrugge il debito della propria giustizia.

Igino Giordani, Il “Padre nostro” preghiera sociale, Morcelliana, Brescia 1946, pp. 66-67

 

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