Dicono di lui

foco chiara 3Questa rubrica raccoglie una selezione tra le tante voci e testimonianze sulla figura di Igino Giordani.

Prima tra tutte quella di Chiara Lubich, che ci viene restituita attraverso l'intervista del regista Jean-Claude Darrigaud, effettuata il 23 gennaio 1981: il video è disponibile online, grazie al Centro Chiara Lubich.

La politica come amore. Luigi Sturzo e Igino Giordani

Nel gennaio del 1925 — all’avvio, secondo gli storici, della dittatura fascista — Luigi Sturzo si trova da poco in esilio, a Londra. Ciononostante, e benché alla stampa popolare sia stato messo il bavaglio, non rinuncia a esprimere il suo pensiero, libero e forte, dove e quando gli è possibile. Lo fa soprattutto scrivendo ad alcuni amici rimasti in Italia, fra i quali spicca Igino Giordani, giornalista battagliero e scrittore fecondo,  uno dei suoi «più cari e intelligenti collaboratori e amici» secondo Gabriele De Rosa. Proprio nel 1925 Giordani dà alle stampe due sue opere fondamentali: il volume pubblicato da Piero Gobetti  Rivolta cattolica, che si può considerare un manifesto dell’antifascismo cattolico, e la rivista «Parte Guelfa» da lui fondata insieme a Giulio Cenci.

paganinigiordaniOR02022019Quest’ultima intende farsi strumento di studio e di lavoro per coinvolgere i cattolici nell’azione sociale e politica e per cooperare all’«europeizzazione della cultura»: rifiuto di ogni compromesso clerico-fascista e superamento degli egoismi nazionalistici. I due direttori si avvalgono del concetto di interdipendenza tra le nazioni e puntano agli «Stati Uniti d’Europa» con, addirittura, moderatore il Papa: un’idea curiosa e controversa, quest’ultima, spiegata con l’obiettivo della fraternità universale reso più vicino dalla «paternità viva del Pontefice». Guelfo — spiegherà Giordani nelle sue  Memorie d’un cristiano ingenuo — «per noi era sinonimo di antifascista, vedendo nei fascisti i ghibellini imperialisti dell’epoca nostra, messisi a raccogliere attorno ai poteri politici anche i diritti ecclesiastici».
La rivista riscuote immediatamente un successo eccezionale. Giordani avverte però i primi segnali dell’intolleranza del regime per la stampa libera e scrive a Sturzo preoccupato: «Preme la tirannide più bestiale, perché esercitata con l’arbitrio più inintelligente. [...] Quando si è governati da pazzi». Il fondatore del Partito Popolare Italiano offre allora a «Parte Guelfa» un articolo illuminato in cui spiega cos’è per lui la vera politica (sperando che a causa sua la pubblicazione non venga sequestrata). Prendendo le mosse da un discorso di Mussolini in cui il Capo del Governo legittima l’uso della violenza per fare «il maggior male ai propri nemici», Sturzo evidenzia come si giustifichino in tal modo, in politica, comportamenti contrari all’etica. Ma non deve essere così: etica e politica non possono essere ridotti a termini dicotomici e incompatibili. Al contrario, afferma, «la legge dell’amore» propugnata da 2000 anni di civiltà cristiana può anche essere una «legge politica», altrimenti «la politica, al lume del Cristianesimo, sarebbe un male».
Invece la politica è per sé un bene: il far della politica è, in genere, un atto di amore per la collettività; tante volte può essere anche un dovere del cittadino. Il fare una buona o una cattiva politica, dal punto di vista soggettivo di colui che la fa, dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impiegano all’uopo. Il successo e il vantaggio reale possono anche mancare, ma la sostanza etica della bontà di una tale politica rimane. [...] Mai come oggi l’Italia ha sofferto di tanto odio, disseminato a piene mani, insieme alla prepotenza delle fazioni e alla teorizzazione del delitto.
L’articolo — intitolato  Ama il prossimo tuo — sollecita l’entrata dello spirito cristiano nell’agire politico, la «proclamazione dell’amore fraterno e cristiano anche nella politica», nella quale occorre lanciare una «crociata dell’amore»: «Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno o politico o economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto  giustizia  ed  equità, è anche  eguaglianza, è anche  libertà, è rispetto degli altri diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi etica della vita sociale».

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Ecco come ho conosciuto Foco

Giovanni Prosperi, originario di Subiaco, ora a Roma, grande amico e conoscitore di Giordani, ci racconta in modo poetico e avventuroso il suo primo incontro con Foco.

La montagna, quel sipario di verde boschivo a ridosso di Subiaco, costituiva per noi ragazzi un ‘attrazione speciale. Era il luogo dell’avventura, della sfida, della prodezza fisica che ci coinvolge va durante tutto l’arco dell’anno. 088L’equipaggiamento era sommario: un caldo maglione, calzoni corti, calzettoni di lana e scarpe chiodate. Camminavamo ore ed ore, spingendoci sempre più in là, attratti dai luoghi ancora per noi vergini e dalle cime dove lo sguardo si perdeva lontano.
La sensazione era quella di una conquista che a sua volta ci apriva ad un orizzonte sempre più vasto, qualcosa che fuggiva nell’arcano bisogno di infinito.
In una di queste escursioni, era con noi un giovane, di alcuni anni più grande, sempre sorridente e sempre disponibile a farci superare le inevitabili difficoltà. Il suo nome era Dante Orlandi, una sorta di guida. Quel giorno, al ritorno, ci propose di andare sulle dolomiti, in Trentino. Gli rispondemmo unanimi che sarebbe stato un viaggio meraviglioso, la realizzazione di un sogno, ma troppo costoso per le tasche dei nostri genitori che erano da poco usciti dai disastri della guerra. Ci rassicurò, sarebbero bastati pochi soldi perché ci avrebbe inviati da suoi amici, peraltro straordinari. La spesa maggiore sarebbe stata quella del viaggio. Appena a casa ne parlai con i miei genitori ed essi si preoccuparono soprattutto della difficoltà di cambiare tre treni, per me, che uscivo di casa da solo per la prima volta. Era 1’estate del 1957 ed avevo 16 anni. Mi consigliarono di coinvolgere almeno un altro amichetto e così partimmo in due: io e Massimo Rapone di 14 anni. Il viaggio ci divertì moltissimo e il cambio dei treni non costituì un problema. Il terzo trenino, a carbone, saliva sbuffando verso Fiera di Primiero. Ci incuriosiva il dialetto dei passeggeri e il paesaggio delle prealpi. Ad un tratto, avendo spalancato un finestrino, ci trovammo il volto nero di fuliggine e divenimmo lo spasso della carovana dei passeggeri.
Arrivammo a Fiera di Primiero. Entrammo in un bar e chiedemmo dove fossero alloggiati i focolarini. Nessuno riuscì a darci una risposta; allora dicemmo loro che si trattava di molte persone che vivevano insieme. Capirono e ci dissero che erano alloggiati in una scuola, indicandoci la via da seguire. Arrivammo: ci accolsero con grande affetto, ci fecero mangiare e poi ci assegnarono due letti in una improvvisata camerata di una già aula scolastica, molto ampia. Dormimmo e, al mattino, la sorpresa grande fu lo spettacolo delle dolomiti che ci si presentò davanti agli occhi in un modo inaspettato e sorprendente. Eravamo stupiti di fronte a tanta bellezza: le vette dolomitiche e i boschi di conifere, così nuovi rispetto al nostro ambiente. Qualcuno ci ricondusse alla realtà e ci disse di far presto, perché giù, al piano terra c’era la colazione che ci aspettava. Tutti erano gioviali e affettuosi, ci inserimmo subito in quel clima accogliente.
Il giorno dopo un giovane ci informò che eravamo attesi da Igino Giordani, detto ‘Foco’, deputato al parlamento. Io mi schermii tentando di sfuggire ad un incontro che mi metteva a disagio e così si comportò anche il mio amico. Ma il giovane sorridendo, riprese: “Non siete di Subiaco?” Rispondemmo affermativamente. E lui: “Mi ha chiesto di condurvi da lui, vuole parlarvi; sapete, Chiara Lubich lo ha definito il “confondatore” del movimento dei focolarini, di cui fa parte il vostro amico Dante Orlandi”. Entrammo in un piccolo locale, che fungeva da studio, e lui ci accolse con un sorriso accattivante e gioioso. “Venite, venite, siete di Subiaco ed io sono “cottinfronte”.
Questa battuta ironica ci indusse ad una sonora risata e ci mise a nostro agio.
Bisogna dire che tra i sublacensi e i tiburtini non correva buon sangue a causa di lontani motivi storici e politici, per cui si usava dire a Subiaco che i tiburtini nel Medio Evo avevano riportato una sonora sconfitta ed erano stati marchiati a fuoco sulla fronte. Da ciò derivava 1’abitudine di chiamarli “cottinfronte”. Volle conoscere i nostri nomi e poi ci disse: “ Io sono Igino Giordani, ma Chiara mi chiama ‘Foco’. Allora voi ora chiamatemi foco e datemi del tu. Va bene?”.

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La santità ci rende famiglia

Luce di un incontro: Igino Giordani e Giulio Liverani

ceramica2Don Giancarlo Moretti, legato da una intensa amicizia a don Giulio Liverani non solo per le affinità generate dall’appartenenza alla medesima Terra, la Romagna, ma soprattutto perché affratellati da uno stesso ideale, ci presenta una delle opere in ceramica eseguite da don Giulio.

Siamo nella chiesa Parrocchiale di Vallo Torinese, un paese alle falde delle colline a nord di Torino ove confluiscono le Valli di Lanzo. A cavallo degli anni ’80 e ’90 del secolo appena concluso, don Giulio Liverani ha svolto un intenso lavoro di produzione ceramica che ha impreziosito splendidamente il luogo dell’assemblea liturgica di quella Comunità.
Nell’ultima cappella campeggia una grande composizione che porta il titolo: “I Santi camminano con noi”.
Si staglia, sulla destra in basso, chiara e accattivante una figura di uomo anziano, che trascina giovani dietro a sé. Le sembianze ci rimandano decisamente ad Igino Giordani.

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Ciao Bruno!

Bruno Venturini, uno dei compagni di Chiara della "prima ora", è partito oggi per il Cielo.

brunoNe ricordiamo la ricchissima figura attraverso due brevi biglietti da lui indirizzati a Igino Giordani, che dicono la profonda amicizia e la reciproca stima tra questi due "grandi".

 

22 settembre

Carissimo Foco,
volevo ringraziarti per quel saluto che ci hai dato domenica scorsa: in poche parole ci hai portato tutto un “calore”, una realtà di famiglia come tu sai fare.
E poi volevo farti gli auguri per il tuo compleanno anche a nome di tutti i focolarini della Lombardia.
Quali auguri?... Qui lascio fare alla Madonna che conosce “bene” il tuo Disegno fra noi,… che ti aiuti a realizzarlo come lei vuole.

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Il quattordicesimo libro dei Ritratti di santi

01 06Antonio Maria Sicari nei suoi libri presenta delle figure complete, né stilizzate né esangui, ma vive di passione umana e cristiana, di desiderio di soprannaturale, ma anche di fame e sete di giustizia, di amore di Dio e di solidarietà per ogni fratello che, nonostante il volto sfigurato, è colui per il quale Cristo è morto.

I santi di Sicari non sono solo dei racconti biografici accurati oppure delle ricostruzioni di un’epoca o di un pensiero, ma spiegazione del Vangelo, riproposizione dell’annuncio attraverso la testimonianza di discepoli che sul Vangelo di Cristo hanno cercato di conformare la loro vita. I ritratti antichi, medievali, moderni e contemporanei sono, dunque, altrettante tessere dell’unico volto di Cristo, spiegazioni vive del Vangelo che la Chiesa, che è comunione di santi, è chiamata a vivere in ogni tempo (tratto dal catalogo di Jaka Book).

Nel quattordicesimo libro dei Ritratti di santi, Sicari presenta Igino Giordani, come uno di quei santi a cui “Dio chiede di percorrere un cammino che tocchi molti punti nodali della storia umana e cristiana del tempo in cui vivono”.

Dall’album dei ricordi di Bonizza Giordani

Il 18 aprile ricorre l’anniversario della “partenza per il Cielo” di Igino Giordani. Lo ricordiamo con qualche stralcio di un articolo di Gino Lubich, pubblicato su Città Nuova n.9-10 del maggio 1980.

57 1 3 06Il ricordo più lontano, ma chiarissimo, di papà sono le passeggiate. Papà era un grande camminatore, e noi da piccoli facevamo con lui lunghissime passeggiate. Parlo dell’immediato dopoguerra — dice Bonizza —. Abitavamo a via Monte Zebio e si andava per il Lungo Tevere, tutti i giorni. Papà era divertentissimo: camminava sempre con le mani allacciate dietro la schiena e la testa in aria, il viso al vento, col rischio di andare a sbattere... ».
Bonizza era la più piccola dei quattro figli di Igino Giordani, l’unica femminuccia, di salute un po’ fragile, allora.
«Tra me e i miei fratelli Mario, Sergio e Brando c’è un bel po’ di differenza d’età, per cui la mia infanzia è tutta mia, e così il mio rapporto con papà. Speciale. Ero la sua prediletta. Sono vissuta sempre attaccata a papà. Quando i pomeriggi lavorava in casa, nel suo studio, io stavo in ginocchio sulle sue ginocchia e disegnavo; i fratelli intorno scatenavano un chiasso incredibile; nell’altra stanza mamma eseguiva i suoi vocalizzi; lui tranquillo e sereno scriveva e scriveva, un foglietto dopo l’altro, senza mai dirci niente. Tutto sommato il rumore di casa, ritmato dall’eterno solfeggio di mia madre, gli faceva piacere».57 1 3 03
Non solo in casa, Giordani riusciva a lavorare nelle condizioni più assurde. In tram, appena si sedeva, scriveva. Se per strada, o in qualsiasi circostanza, anche a un pranzo ufficiale, gli nasceva un’idea, fissava subito un appunto su un pezzettino di carta, o sul retro d’una cartolina, o sul margine d’un giornale, assolutamente estraneo in quei momenti a tutto ciò che gli accadeva attorno. Poi, su quei frammenti, più o meno fortunosamente reperiti in tutte le tasche, ricostruiva il filo lucido d’un articolo o d’un capitolo di libro. «Eh sì — sorride Bonizza —, quello che per il Vaticano e per la Camera era l’ordinatissimo bibliotecario, per me era un simpaticissimo disordinato».
C’era un segreto fra loro due. Si chiamava Caterina. Era un personaggio immaginario, la fantasorellina di Bonizza, che entrava in campo ogni qualvolta minacciava d’incrinarsi la perfetta intesa fra papà e figlioletta. «Caterina, Caterina! — la invocava Giordani —. Vieni qui che c’è Bonizza che mi fa inquietare!»; oppure, se Bonizza non faceva quello che avrebbe dovuto fare: «Non importa — le diceva —, chiamo Caterina». Bonizza sapeva benissimo che Caterina era fantasia, che si trattava d’un gioco, eppure ne era gelosa, era la sua antagonista, divenne la sua coscienza critica.

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La rivoluzione del per - dono

Abbiamo rivolto qualche domanda a Filippo Pierazzo, uno degli organizzatori dell’interessante manifestazione svoltasi a Stra (VE) lo scorso 7 novembre e di cui abbiamo parlato su questo sito qualche giorno fa. Come già abbiamo detto il principio ispiratore del progetto è il recupero della memoria storica, con lo scopo di promuovere tra le nuove generazioni una cultura di pace.

stra panoramaCome è nato l'evento e da chi è stato promosso?

Filippo: Lo scorso anno, in occasione della ricorrenza dei caduti e del centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, ho notato, in un dibattito via mail, una certa insofferenza nell’organizzare le celebrazioni da parte delle persone vicine alla lista civica che amministra il Comune di Stra – Città Metropolitana di Venezia, dove vivo.

Si lamentava il numero sempre più ridotto dei partecipanti a queste ricorrenze, per motivi anagrafici, i discorsi ormai consunti, il linguaggio che a volte urta la sensibilità di chi si sente pacifista. Ho proposto perciò di affiancare alla ricorrenza la presentazione di una figura come Igino Giordani, medaglia d’argento al valore militare, padre costituente, parlamentare e firmatario della prima proposta di legge per l’obiezione di coscienza.

Mi sembrava una figura che potesse radunare attorno a sé varie sensibilità, collegando la memoria della guerra e la sua sofferenza all’anelito alla pace.

Il Sindaco l’ha trovata una cosa interessante e mi ha invitato ad andare avanti, proponendomi di invitare qualcuno a parlarne l’anno successivo.

 

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Educare alla pace attraverso esperienze di guerra

straVilla Pisani, detta anche la Nazionale, uno dei più celebri esempi di villa veneta della Riviera del Brenta, si affaccia maestosa sul naviglio. La ospita la cittadina di Stra, in provincia di Venezia.

Il 7 novembre scorso, proprio a Stra, nell’ambito del centenario della prima Guerra mondiale, si è svolta un’importante manifestazione che ha coinvolto la popolazione e in particolare i ragazzi delle scuole medie: principio ispiratore del progetto è il recupero della memoria storica con lo scopo di promuovere tra le nuove generazioni una cultura di pace.

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Centro Igino Giordani

Centro Igino Giordani

Via Frascati, 306 - 00040 Rocca di Papa (Rm) - Italia
Tel.: +390694798314 / Fax: +390694749320
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